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Empolichescrive con Luca Paoli

Eventi

NUOVO APPUNTAMENTO IN ARRIVO CON GLI SCRITTORI DI EMPOLICHESCRIVE!

Venerdì 29 Maggio ore 17.00

Biblioteca comunale “Renato Fucini” di Empoli

Luca Paoli

presenta

PRIMA CHE ARRIVI L’ALBA

(Albatros, 2026)

Dialogano con l’autore

Roberto Giorgetti e

Rosanna Franceschina

ingresso libero

L’autore sarà lieto di invitare tutti i partecipanti per un brindisi insieme, alla fine della presentazione.

IL LIBRO

Prima che arrivi l’alba è un romanzo breve e viscerale che racconta in una notte, attraverso
flashback frammentati e atmosfere sospese, l’incontro tra un giovane uomo e una donna che si
rincorrono nei vuoti della memoria, in una danza ambigua fatta di abbandoni, zone d’ombra e
ricordi cuciti male. Il contatto non avviene mai davvero, ma si sfiora, si lambisce: una tensione
carnale latente, ruvida, irrisolta, che si annida nei dialoghi, negli sguardi e dentro gli interstizi dei
silenzi e dei “perché” irrisolti.
La memoria dei protagonisti, a ogni passo, affonda in un ventre sempre più profondo: quello
dell’infanzia, degli errori, delle visioni e delle colpe mai del tutto elaborate. I luoghi e i tempi si
contaminano e si sovrappongono: il rudere, il Bellavista, l’Alabama, il Discomania, non sono
soltanto spazi fisici, ma scenari mentali, luoghi simbolici in cui la realtà si rifrange, si deforma e si
disgrega. Il racconto procede per immagini, per scarti sensoriali, in un continuo slittamento tra ciò
che è accaduto e ciò che è stato soltanto immaginato.
Le sinestesie attraversano l’intero testo: le stanze odorano di paura e desiderio, i suoni hanno
colore, le case e gli specchi respirano, la pelle sa di ruggine e di sale. Tutto concorre a costruire un
universo narrativo ipnotico, dove il passato non è mai davvero passato e il presente si frantuma
sotto il peso di ciò che non è stato detto.
Nel finale, più che una risoluzione, c’è una discesa: come lungo un cordone ombelicale rovesciato,
Joseph viene accompagnato in un dedalo che riporta al principio. Non per rinascere, ma per
comprendere, forse per concedere perdono o compiere un atto salvifico o forse solo per accettare
l’impossibilità di una verità definitiva.
Prima che arrivi l’alba è un romanzo che non chiude, ma resta aperto, come restano aperte le
grandi fratture affettive che attraversano una vita e che non possono essere sanate, solo
attraversate.

L’AUTORE

Il mio rapporto con la parola scritta nasce nell’adolescenza, quasi per autodifesa. Scrivevo poesie
per dare una forma all’inquietudine e a quel senso di mancanza che mi abitava: un vuoto
identitario profondo, generato dal non conoscere davvero le mie origini. Non sapevo chi mi
avesse messo al mondo, non ne conoscevo il volto, la voce, i gesti. La scrittura è stata il primo
modo per mettere ordine nel silenzio.
Dalla poesia sono passato alla musica. Nei testi cercavo di restituire la parte più emotiva di me,
condividendo parole e tensioni con chi attraversava fragilità simili. Ho avuto soddisfazioni reali,
mi sono divertito, mi sono riconosciuto. A un certo punto, però, ho fatto una scelta precisa: non
inseguire il successo artistico fine a sé stesso. Per la mia natura, il talento ha senso quando
genera valore concreto. Senza una ricaduta reale nella vita delle persone, l’arte rischia di
diventare un esercizio impeccabile ma sterile.
Questa esigenza di concretezza è legata alla mia storia familiare, fatta di due forze opposte. Di
mia madre ho ricostruito la presenza solo in età adulta: mi era stata raccontata per frammenti,
come una figura di grande magnetismo creativo, affascinante e insieme distruttiva, una forza
artistica pura e borderline. Mio padre, invece, è stato successivamente più presente e mi ha
trasmesso una visione metodica, semplice, ancorata al reale: un uomo istrionico, un guascone,
ma fedele al quotidiano. Dentro di me convivono questi due mondi. Forse è per questo che
guardo con rispetto e timore i destini dei grandi talenti consumati dalla sofferenza.
Non ho rifiutato l’arte: ho scelto dove indirizzarla. Ho convogliato la mia creatività nel lavoro,
costruendo un’azienda che da quasi trent’anni sostiene decine di famiglie. Una realtà solida,
riconosciuta, fondata su responsabilità, visione e relazioni. In questo spazio, intuizione e
sensibilità sono diventate leadership, lettura delle persone, capacità di generare fiducia. E qui si
colloca il punto che oggi interessa di più anche ai media: l’imprenditore che scrive. Perché
scrivere, per me, non è evasione dal lavoro; è il suo controcanto più autentico. È il luogo in cui
l’esperienza manageriale incontra la materia viva dell’umano.
Negli ultimi dieci anni il percorso da mental coach ha ulteriormente strutturato il mio approccio,
orientando talento e linguaggio verso la crescita personale e la gestione delle dinamiche
relazionali. La scrittura è tornata prima in forma saggistica, poi ha chiesto un cambio di passo:
non volevo più spiegare, volevo raccontare.
Il romanzo non nasce da un piano editoriale a tavolino, ma da un’urgenza: una sequenza di
immagini, dialoghi, atmosfere che potevano esistere solo nella narrativa. Nel titolo è custodito
un omaggio ad Alba, la donna che mi ha cresciuto. Nel personaggio di Angela Ylenia, invece, vive
una parte dell’ombra e del fascino di mia madre. La mia lingua narrativa è densa, sensoriale,
visiva: lavora su suono, ritmo, tatto emotivo, luce e buio. Non cerca l’effetto, cerca la verità
percettiva.

In questa prospettiva, il libro parla sì di me, ma prova ad attraversare un’esperienza collettiva:
quella di chi non possiede un passato lineare, di chi riconosce le proprie origini per frammenti, di
chi abita zone sfocate e sceglie comunque di trasformarle in forma.
In sintesi: non scrivo per dimostrare, scrivo per trasmettere un’esperienza. Non scrivo per
compiacere, scrivo per essere autentico. E per farlo, ogni volta, devo togliere tutti gli abiti che
indosso: imprenditore, formatore, coach, cantante, poeta, marito, padre e figlio.